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Testimonianza dall’Egitto in rivolta di Gianluca Solera

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo del nostro autore Gianluca Solera dall’Egitto in rivolta. (Foto in apertura, messay.com by Flickr).

Quella egiziana è una rivoluzione?

Se si confermano i dati pubblicati due giorni fa dal giornale inglese “The Guardian”, in base al quale la famiglia Mubarak avrebbe una ricchezza stimata sui 50-70 miliardi di dollari (37-50 miliardi €), e se tale ricchezza venisse redistribuita equamente tra gli 80 milioni di egiziani, ogni egiziano riceverebbe tra le 3600 e le 5000 lire egiziane, ovvero tra i 450 ed i 600 €, quanto basterebbe per risollevare dalla miseria le famiglie più disagiate, in un paese dove secondo le Nazioni unite il 20% della popolazione vive sotto la linea di povertà.

Il presidente Mubarak ha governato per quasi trent’anni, e questa continuità gli ha permesso di costruirsi una tale fortuna familiare. Ora, spostiamoci verso nord-ovest: il presidente Berlusconi, la cui fortuna viene stimata in 8 miliardi €, ha governato per un periodo complessivo di otto anni. Fantastichiamo, immaginando che governi quanto il presidente Mubarak: la sua fortuna potrebbe moltiplicarsi in modo proporzionale, raggiungendo una fortuna equivalente a quella del presidente egiziano. Mentre ho fatto questi calcoli, pensavo a quella famosa frase attribuita all’onorevole Giulio Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”.

Mentre le forze dell’opposizione egiziana dialogano con il vice-presidente Suleyman, e ancora non riescono ad esaudire la richiesta principale dei ragazzi della rivolta, ovvero le dimissioni del presidente Mubarak, molti si chiedono: “Perché? Perché il presidente non annuncia di volersi ritirare e di convocare nuove elezioni presidenziali e legislative?”. Perché? Perché Mubarak vuole un’uscita dignitosa, in altri termini, un’uscita che comporti immunità della sua persona e protezione della sua fortuna. L’Intifada egiziana è la rivolta dei giovani contro un grande furto, contro il sequestro delle risorse del paese, contro la negazione del diritto all’autodeterminazione.

Prendete i dati del rapporto 2010 di Transparency International sulla corruzione, che misura il tasso di legalità, responsabilità e buongoverno di tutti i paesi. Ebbene, l’Egitto occupa solamente la posizione 98 (corrispondente al valore 3,1 in una scala che va da 0 a 10), ma l’Italia non è da meno e scende ulteriormente in basso rispetto all’anno precedente, ottenendo la posizione 67 (corrispondente al valore 3,9) e avvicinandosi così all’Egitto. Lo slogan della rivolta egiziana è: “Il popolo vuole la caduta del sistema”. Questa affermazione ha un valore che va oltre le frontiere del paese, è un richiamo a rimettere in discussione la legittimità dei governi e dei meccanismi rappresentativi che li formano. In questo senso è un messaggio di cambio e ripensamento radicale.

Si tratta certamente di riformare la carta costituzionale dello Stato, di abolire la legge di emergenza, di sciogliere le camere e riformare la legge elettorale, di rimuovere la censura e di frenare l’impunità delle forze dell’ordine. Tuttavia, per molti è più di questo, è un richiamo a recuperare la capacità di incidere sulle regole fondamentali di organizzazione della società e dell’economia, la capacità di incidere sulle forme di produzione e di proprietà dei beni e dei servizi comuni.

Molti commentatori considerano che questa rivolta non si possa definire una “rivoluzione”, in quanto le strutture del potere sono rimaste intatte e fino ad ora solamente determinati personaggi sono stati travolti dagli eventi. Tuttavia, se pensiamo agli interessi economici in gioco, la rivolta è certamente alimentata dal desiderio di rimettere in discussione i fondamenti diseguali di produzione e distribuzione della ricchezza, ed in questo senso il presidente Mubarak ne incarna il feticcio da abbattere.

I richiami ad una transizione graduale e pacifica che provengono dal mondo intero non sono solo formulati per un genuino senso del diritto e delle libertà fondamentali, bensì anche per le preoccupanti conseguenze che potrebbe avere sul sistema economico e sui benefici che altri paesi traggono dalle ineguaglianze di cui soffre la società egiziana. L’Egitto è il paese del turismo a basso costo e della manodopera a buon prezzo per molte imprese occidentali, non dimentichiamocelo; Sharm el Sheikh per il turismo e Burg el Arab (Alessandria) per la manifattura sono vaste zone franche.

Un altro elemento interessante è il fatto che i dimostranti non considerano legittime le istituzioni della democrazia rappresentativa, né fanno appello ad esse. Vogliono una revisione radicale del modo di concepire le relazioni politiche. Durante una settimana intera, lo Stato egiziano è stato completamente assente ed i giovani hanno assicurato il funzionamento di alcuni servizi essenziali, come la vigilanza del traffico automobilistico, la raccolta delle spazzature, il pronto intervento sanitario o la vigilanza nei quartieri residenziali e di fronte agli ospedali. Si è trattato di un esperimento unico di auto-organizzazione volontaria e laica per un paese arabo.

Nel corso di due settimane di agitazioni, il regime ha concesso sempre qualcosa in più senza che le istituzioni rappresentative intervenissero: nomina di un vice-presidente e composizione di un nuovo governo, poi indagine sulla legittimità delle ultime elezioni parlamentari e rinuncia da parte del presidente Mubarak a ricandidarsi, poi ancora rinuncia da parte del figlio, decapitazione dei vertici del partito di governo e congelamento dei beni di alcuni politici, e ancora creazione di un comitato per la revisione della Costituzione e programmazione della revoca della legge di emergenza.

Pezzo dopo pezzo, rivendicazioni inutilmente avanzate durante anni sono state accettate in pochi giorni, in un paese che formalmente ha tutte le istituzioni proprie di una democrazia occidentale. L’indice di democrazia araba 2009-10, pubblicato annualmente dalla «Iniziativa per la riforma araba » insieme al «Centro palestinese di inchiesta e ricerca politica», mostra che l’Egitto si trova nella posizione migliore tra i dieci paesi arabi analizzati per quanto riguarda gli strumenti formali della democrazia (per poi indietreggiare alla quarta posizione nella pratica democratica effettiva).

Vorrei infine sottolineare che i giovani dimostranti hanno saputo rimuovere i tentativi di divisione per identità ideologiche o religiose a cui alcune autorità politiche, i mezzi di informazione e personalità religiose quali il papa copto Shenuda hanno contribuito (questi ha reiterato negli ultimi giorni per ben due volte il suo sostegno al presidente Mubarak), tanto è vero che domenica 6 febbraio a Maydan Tahreer si sono celebrate la preghiera musulmana e la messa copta, e molti giovani cristiani hanno partecipato alle agitazioni in molte città, e quando passavano in corteo davanti ad una chiesa, si facevano il segno della croce.

Il rifiuto della manipolazione identitaria è ancor più significativo se pensiamo che solamente cinque settimane fa esplodeva un’autobomba davanti alla Chiesa dei Due Santi di Alessandria, e che la Sicurezza dello Stato ha contribuito alla diffidenza inter-religiosa in occasione di casi di conversione, quando hanno prelevato in almeno tre casi giovani cristiane convertitesi all’Islam e le hanno consegnate alle autorità copte perché le detenessero.

Legittimare e tutelare l’azione coraggiosa dei giovani egiziani che hanno affrontato in massa polizia e apparato del loro paese dopo il 25 gennaio u.s. è un tributo collettivo doveroso da pagare, perché ci constringe a pensare fuori dagli schemi e a ripensare la nostra democrazia ed i fondamenti che permettono al nostro benessere ed al nostro stile di vita di perpetuarsi. In questo senso, possiamo certo dire che il messaggio regionale che portano i giovani egiziani e con loro i tunisini, i giordani, gli yemeniti e gli algerini ha una portata “rivoluzionaria”, perché interroga sul futuro della democrazia e del modello di sviluppo dell’Europa e del Mediterraneo.

Gianluca Solera
6 febbraio 2011

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