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Un caffè con Alessandro de Lisi

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Antonio Calabrese intervista Alessandro de Lisi, alla vigilia dell'uscita del suo romanzo UN'ESTATE A PALERMO. 1985: QUANDO I BOSS PERSERO LA PARTITA. In libreria e online dal 22 ottobre 2020.

Calabrese  - <<Ma come ti viene di scrivere un romanzo così, ora come ora che la lotta alle mafie pare sparita dal dibattito pubblico? Così rischi di spazzolare via la polvere della tranquillità domestica nazionale, tutta la stampa pare che sia concentrata invece solo sul Covid?>>

AdL - <<Volevo scrivere questo romanzo da tempo, convinto che quegli anni Ottanta - Milano da bere, Roma da mangiare e Palermo da morire - siano stati determinanti per la politica stragista di Cosa Nostra, in accordo questa con il volere di certe "menti raffinatissime" di traditori dello Stato. Il primo pensiero, nella programmazione della scrittura, è stato ovviamente di rispetto verso i protagonisti di allora Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, molti altri e col dovere di cura per loro e verso il modello culturale investigativo che perseguivano, così come scrivere e rappresentare quindi questo sentimento di debito morale inestinguibile senza venire meno all’ironia e alla combattiva verticalità dei personaggi storici. E poi, lo sai, certe cose vengono di botto, come l’amore pure le incazzature: volevo tornare a Palermo e cercare di ricordare a modo mio che Cosa Nostra ancora viva e camurria è>>.

Calabrese - <<Eh! Appunto, ma cosa successe? Che movente ti ha spinto a scrivere proprio ora?>>

AdL - <<Rispondo dopo che mi accendo la sigaretta a metà caffè. Un fatto determinante mi ha convinto a scrivere d’un fiato: il Covid 19, questo maledetto virus che ci ha colto tutti alla sprovvista, ha determinato un inaccettabile fatto politico.  L’inopportuno recente decreto del Ministro della Giustizia che ha dato la possibilità ai boss di tornare a casa per evitare il contagio. Molti di questi boss di Cosa Nostra erano tuttora in carcere grazie alle condanne del primo maxi processo di Palermo, scarcerati per il virus seppur in isolamento come prevede il 41Bis dell’Ordinamento Penitenziario nei casi di condanna per associazione di tipo mafioso.  

Così si è rafforzato un progetto narrativo che mi ha visto alle prese anche con la sfida di una personale “Spoon River”: prima tappa di un’indagine sì contro i boss e il pensiero mafioso, accanto ad affetti evocati, ripescati nella memoria più privata e storie personali intime, ricordi di gioventù>>.

Calabrese: <<Hai ragione, se erano in isolamento i malacarne che motivo c’era di scarcerarli, più al sicuro di loro ... comunque hai inventato di sana pianta un nuovo personaggio di investigatore in Sicilia, dopo Montalbano è una cosa da pazzi! Come è questo tuo capitano dei Carabinieri?>>

AdL - <<Montalbano è sacro, perché ha restituito un onore popolare ai siciliani emigrati. Prima dicevano “ah! Siciliano e come è che non prendono Provenzano?”, poi giustizia fu fatta perché Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Marzia Sabella con altri straordinari come Renato Cortese l’hanno catturato e finì finalmente in prigione, (proprio anche per scontare le condanne del maxi processo cui lavora il pool nel 1985 e che avrà luogo nei due anni seguenti) sorte come spero presto anche per Matteo Messina Denaro. Ma è Montalbano, il genio di Camilleri, inarrivabile, con l’incredibile interpretazione televisiva di un attore totale e sex simbol come Luca Zingaretti, che ha reso possibile l’emancipazione popolare dei siciliani altrove: “Montalbano sono!” ecco é il refrain si di un’appartenenza geografica ma anche la fortuna di essere associati ad un uomo dello Stato, un poliziotto e non più a boss e padrini di fango. 

Così è arrivato il capitano Carlo Farkas, il nuovo investigatore di Sicilia e tra quotidiane difficoltà umane e delusioni e coraggio tipico dei militari di casa nostra - pochi mezzi e tanta creatività - mentre cerca di essere utile alla giustizia. 

Ma è uno sradicato, un esule che arriva a Trieste, dove cresce avendo lasciato la sua Pola natale a causa delle persecuzioni titine, che si fa carabiniere per passione dell’Italia, per avere un lavoro sicuro, lui che è di sinistra e mezzo comunista, da sbirro duro e taciturno fa arrestare un suo superiore corrotto. Punito, Farkas viene mandato in Sicilia e deve imparare tutto, linguaggio, usanze, silenzi, teatralità, zone rosse e zone grigie di ogni giorno e accompagna così il lettore nella sua vita di uomo “di passaggio” e negli incontri straordinari con uomini e donne monumentali, come fossero Ficus che non smettono di mettere radici, anche per noi e ancora oggi.

Ma è anche l’occasione di una serenata elettrica alla mia città, che amo e che mi vede in esilio, il canto di Palermo a volte inaccettabile e sempre implacabile>>

Calabrese - <<E ora che fai? Che programmi hai?...>>

AdL - <<Spero di tornare a Palermo e soprattutto tornare a viaggiare in Europa, mi mancano molto Parigi e Vienna, dove ho tanti amici. Tuttavia sono stato fortunato a vivere abbastanza da capire che tutto il mondo è paese e certi paesi sono il laboratorio dove testare i propri limiti e io ne ho assai, però ho capito anche che non sopporto le mezze persone che girano le spalle agli impegni e alla lotta con la scusa della paura, che come diceva Borsellino “è cosa diversa dalla vigliaccheria”. E poi voglio andare a mangiare la pasta coi ricci a Mondello e un’arancina vera, rivedere l’Annunciata di Antonello da Messina e incazzarmi per la munnizza nelle strade. Poi, fatto tutto questo mi siedo, mi accendo un’altra sigaretta e scrivo il prossimo libro in compagnia tua e di Carlo Farkas>>.

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